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Mi è capitato di scrivere da qualche parte (credo sia pubblicato su Internet, ma sinceramente e non per snobismo affermo che adesso non ricordo dove) alcune riflessioni che vengono dal Trattato del Ribelle di Ernst Jünger:
Il lettore saprà, per sua stessa esperienza, che la natura dell’interrogazione è cambiata. Nell’epoca in cui viviamo gli organi del potere ci interrogano senza posa, e certo non si può dire che siano animati esclusivamente da un’ideale brama di conoscenza. Quando ci interpellano con le loro domande, non cercano il nostro contributo alla verità oggettiva, né tanto meno, alla soluzione di questo o quel problema particolare. Ciò che gli importa non è la nostra soluzione, bensì la nostra risposta. La differenza è importante. Assimila l’interrogazione all’interrogatorio. Possiamo osservarla seguendo l’evoluzione che dalla scheda elettorale porta al questionario.
Jünger scrisse questo luminoso libretto nel 1951: adesso il questionario a cui si riferiva si chiama sondaggio, e proprio con il metodo del questionario è condotto.
Sondare, ovviamente, non significa, come già avvertiva Jünger, conoscere – e la politica fatta di sondaggi, come quella che spesso ci viene imposta nelle democrazie occidentali, non è affatto in grado di conoscere il popolo (parola antica), né almeno i suoi propri elettori (parola più moderna).
Oggi si vota il Decreto Gelmini, fra le proteste – e tutti, dal Presidente del Consiglio alle forze di opposizione, da posizioni favorevoli o contrarie si riferiscono e prendono come punto di paragone i sondaggi (siano essi quelli demoscopici o le partecipazioni alle manifestazioni di piazza).
C’è una sfasatura anche nella dimostrazione della politica – che si fa in Parlamento, in piazza, nelle sedi di partito, nelle associazioni, ovunque insomma: la dimostrazione non è l’azione.
I numeri non fanno i pensieri.
La minaccia è sempre segno di impotenza, di insoddisfazione, in molti casi di paura. Non esce dalla griglia il caso del professor Marcello P. di Vicenza, insegnante nel Liceo “Paolo Lioy” di quella città, che ha minacciato una sua alunna di bocciatura e per questo sarà con ogni probabilità condannato dal tribunale competente per maltrattamenti (oltre che per altri capi di imputazione, che però sono collaterali al fatto in questione – chi volesse leggere ulteriori informazioni può farlo su LaRepubblica online, qui, sul Corriere della Sera, a questa pagina, e su LaStampa, qui).
È umano parteggiare per il più debole, da Ettore in poi – non è un caso che si guardi con attenzione al diritto di un alunno (in questo caso una ragazza) a vivere i propri momenti di studio e socialità nella scuola, nel miglior modo possibile. La sentenza della Corte di Cassazione ha dichiarato i termini della questione entro la “libertà morale” dell’alunno, non solo entro quelli di un rapporto scolastico, per quanto allargato e comprensivo ai legami interpersonali esso sia.
Davide, come nel racconto biblico, viene bocciato – Golia, l’insegnante, ha la sua condanna. Per il fatto che viviamo in una società dove – al di là del caso singolo di Vicenza, e delle storie personali e professionali dell’insegnante e dei genitori della ragazza – si è instaurato un clima da “ostensione dei diritti“, minacciosa e purulenta, senza tenere conto del fatto che a scuola, che è la società dei ragazzi, che è luogo di scambio con gli adulti, che è luogo di lavoro per gli uni e per gli altri e per entrambi luogo di formazione, si elidono i doveri sempre più spesso.
Minacciare la rivalsa “per diritto” da parte di alunni e genitori, significa ledere i diritti al buon lavoro non tanto per il singolo insegnante, quanto per l’intera classe, dunque per quell’intera societas che viene a formarsi e come tutte le altre si evolve nel tempo, muta fisionomia.
Si è detto che la minaccia della bocciatura stimoli impegno e adeguati comportamenti – lasciando intendere che il problema annoso del divario fra autorità ed autorevolezza sia rimasto tale.
Credo che semplicemente, la società della scuola sia divenuta specchio dello stadio, del comizio arrabbiato, del dibattito senza contraddittorio – sentiremo mai le “vere” parole del professor Marcello P., quelle che ha pronunciato, il tono di voce? Sentiremo mai la risposta dell’alunna?
La verità di un tribunale, in uno stato di diritto, è sacra – perchè sindacabile, perchè riformulabile anche a decenni di distanza. La verità “fattuale”, ammesso che ne esista una, non gode di questi vantaggi. La società del consumo dove chi cerca di formare ed educare altre persone deve non esser libero di discutere i suoi strumenti, giusti o sbagliati che siano, è una società sperequata, instabile, violenta, più delle minacce di bocciatura e della “libertà morale” calpestata.
Nell’estate che volge al termine, anzi si prepara già a fuocherelli di settembre su tante questioni, qualcuno ribadisce una sorta di visione “creazionista” dell’Italia – insomma, perchè tutti questi insegnanti del Sud vanno a cercare pascolo e refrigerio al Nord? Perchè non mantenere le comunità, le popolazioni “pure”: Sud a Sud, Nord a Nord?
Il corso di aggiornamento paventato dal Ministro Gelmini, in fondo, dovrebbe pur contenere un modulo, un approfondimento, un corsicino sulla pronuncia corretta, no? Dovremmo prendere il fiorentino, però: non si transige – se ci modellassimo sul milanese o sul vicentino o sul bolognese, faremmo un torto a Padre Dante. Ma è il padre di tutti? Meno male che Graziadio Isaia Ascoli aveva visto bene anche a dispetto della nobile posizione manzoniana, e pretendeva una visione scientifica della situazione linguistica italiana. Ma è solo la lingua, il problema?
A leggere questo articolo molto coinvolgente sul New York Times, nuovamente si scopre la difficoltà degli Stati Uniti nei confronti dell’insegnamento della teoria evoluzionistica di Charles Darwin nelle scuole – noi dibatteremmo, come abbiamo fatto talvolta, su questioni di storia e di revisionismo (se non fosse che la storia ha un diverso statuto scientifico – non meno forte, solo differente – rispetto alla biologia), ma siamo da quelle parti.
Allora si scoprono il Kansas e la Louisiana con i livelli più bassi nelle graduatorie dei risultati scolastici federali – mica solo la Sicilia o la Campania – e tutte le idiosincrasie di una scuola e di un mondo dominato dalla scienza e dalla fede letteralista delle chiese cristiane. Non c’è lo zampino del Papa, ovviamente.
Nulla contro la religione, da parte mia: sono un uomo del Sud, mi occupo di Letteratura, Storia ed Arte a scuola, ho una formazione scientifica, e credo kantianamente che abbia ragione il professor Campbell (il protagonista dell’articolo, insegnante di biologia nelle scuole superiori in Florida) quando ha semplicemente risposto ad un suo alunno scettico sulle possibilità della scienza di spiegare, anzi “interrogare” il mondo e la vita, “Io non voglio che tu creda alla scienza. Desidero che tu la capisca“.
Beh, sarebbe bello se chi è da una parte della cattedra cercasse di mettersi anche dall’altra, prima di dar fiato ai ricordi di crudelissimi insegnanti del Sud intenti a cicalare in cattivo italiano prendendosela con i malcapitati figli degli operosissimi imprenditori del Nord – hanno mai chiesto, questi imprenditori, ai loro figli, se a loro i prof del Sud piacevano o meno? E in fondo, si tratta solo di “piacere” a qualcuno?
A formare una persona solo col “piacere”, si indebolisce la popolazione – niente aria nuova, niente contatti diversi – e a dirla tutta, le popolazioni si estinguono…
A non poter leggere le edizioni locali dei quotidiani nazionali, forse si fa l’abitudine: certe notizie non hanno luogo o tempo quanto uno lecitamente si potrebbe aspettare – lo sanno i giornalisti, ed è nell’ordine delle cose.
Allora se a La Spezia ieri sera una quattordicenne decide di spararsi al cuore nella sua stanza, ciò può rimanere fatto (cinicamente) locale, chissà con quanta eco più tardi (adesso sono le nove del mattino, dodici ore dopo il suicidio) su Internet e televisione e quotidiani. Un suicidio estivo, con un tocco di romanticismo per la pistolettata à la Werther o Jacopo Ortis, purtroppo – una storia da consumare vicino a Saakashvili, alle polemiche sull’esultanza di Bolt alle Olimpiadi e al petrolio (che parlicchia, in questi giorni, del resto; e non grida…).
Che poi in Germania o in Inghilterra i suicidi (e gli omicidi) di giovanissimi siano in costante e imperioso aumento, che il Giappone sia tornato stabilmente ai vertici mondiali delle morti volontarie, questo tace, o se vien messo sul tavolo della discussione, si fa fatica a trovare un discorso che non sia “Dobbiamo aiutare i giovani prendendoli per mano“, oppure “Dobbiamo rendere maturi i giovani“.
A me capita di trovare per lavoro giovani dai 14 ai 20/21, a scuola, che abbandonano, si chiudono nell’apatia, risolvono la giornata con la cannabis e divengono sempre più violenti, anche verso di sé. Non posso aiutarli: non li posso prendere per mano, né farli diventare indipendenti e maturi. Si tratta di una pia illusione. Mi trovo lì a cercare di mostrare cosa significhi pensare con lentezza, considerare, paragonare, ponderare, e a sentire le loro paure e le difficoltà – mi trovo con loro e Giacomo Leopardi, o Foscolo, o Petrarca o Montale. A volte si ride (per pienezza di vita): a volte lo sconvolgimento è totale, e arriva il rifiuto (per difesa).
Se arriva una pistolettata (per qualsiasi ragione o sragione essa sia dettata), non si tratta di indignarsi verso sé o verso il mondo: quell’isoletta che si sentiva troppo slegata rispetto all’arcipelago o al Continente, s’è mossa, forse troppo in fretta. La retorica di dopo è una scemenza.

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